Kateryna, colpita da una raffica di spari...

Articolo tratto da la Repubblica del 15/03/2022

A 11 anni, è stata colpita da una raffica di spari mentre cercava di scappare da Bucha, a 50 chilometri da Kiev. Teneva tra le braccia sua sorella di 7 anni, che è morta sul colpo. Suo padre prima di scappare aveva chiesto ai soldati una breve tregua. Non è stata rispettata.

Lydia ha 11 anni e ha smesso di parlare. Potrebbe, ma non riesce. I proiettili che l’hanno colpita al cervello, mentre scappava dalle bombe, sono il male minore rispetto all’orrore che ha visto.

Era il 4 marzo. La sua famiglia era in fuga da Bucha, cittadina a nemmeno 50 chilometri a nord ovest di Kiev. Il padre, Sergey Sergeevna, aveva chiesto ai soldati russi di concedere una breve tregua, un corridoio per permettere loro di fuggire. Non è stato rispettato. Gli uomini hanno aperto il fuoco, facendo una strage. Lydia aveva tra le braccia la sorellina di 7 anni quando l’ha raggiunta la raffica letale. La più piccola è morta sul colpo, così come la madre. Lydia è stata ferita gravemente al cervello.

La guerra, quella vera, è arrivata al Bambino Gesù alle 5 del mattino di ieri. Porta il nome di Lydia Felice SergeevnaKateryna Martynenko Anatoliyivna, 7 anni, Oleksandra Filipchuk Antonivna, 9 anni, Sofia Isaeva Valerievna, 13 anni. Sono le bambine di Bucha, sopravvissute per miracolo e ancora più miracolosamente arrivate a Roma, dopo un viaggio di 48 ore da Kiev a bordo di un’ambulanza e due auto, grazie all’aiuto dei volontari dell’associazione Pro Sma onlus. Le prime due sono le più gravi, con ferite da arma da fuoco al cervello. Le altre due hanno perso un arto, entrambe il braccio sinistro.

Al contrario degli altri piccoli pazienti ucraini che già sono stati ricoverati all’ospedale – con loro il conto sale a 33, di cui 6 già dimessi e altri 9 seguiti in day hospital ambulatoriale – le quattro bambine non sono affette da patologie pregresse. Fino a pochi giorni fa la loro era una vita perfettamente normale. “Lydia non aveva nemmeno i vestiti indosso, solo una canottiera sporca di sangue, ma nel giro di un’ora l’ospedale le ha fornito tutto, persino qualche giocattolo”, racconta Liliya Sobrino Palashchuk, fondatrice dell’associazione che dell’inizio del conflitto è riuscita a portare in salvo a Roma 40 bambini.

Adesso, Lydia riposa nel lettino numero 209, in attesa di essere operata alla testa. A poche camere di distanza c’è Kateryna, che tutti chiamano Katya. I colpi le hanno pregiudicato la vista da un occhio, anche lei non ha mai aperto bocca ma stringe forte il cagnolino grigio di peluche che le è stato donato dai volontari della struttura. Quando le bombe si sono portati via sua madre e suo fratello, il 27 febbraio, la famiglia era riunita in casa, davanti a un gioco da tavolo.

“Cercavano di smorzare la tensione, ridevano – riferisce la titolare dell’associazione, che ha passato tutta la giornata con le piccole pazienti – . Poi, l’ultima cosa che ricorda il padre, è di aver visto le gambe della moglie da una parte, il corpo dall’altra”. Il resto, è la più terribile cronaca di guerra: il bagno di sangue, la fuga a piedi alla volta di Kiev per giungere in ospedale trasformato in bunker, la sutura di fortuna, l’infezione che avanza e divora la carne.

Le bambine di Bucha verranno tutte seguite dai team multidisciplinari del Bambino Gesù. E una volta fuori, per loro è pronto un posto letto in una casa di accoglienza messa a disposizione dell’ospedale. “Nel silenzio della paura, le bambine hanno solo accennato un sorriso quando ho chiesto loro se amano la pizza” conclude Sobrino Palashchuk. Aggiudicato: sarà il loro primo pasto non appena verranno stabilizzate dai camici bianchi. I traumi fisici, almeno quelli, si possono lenire. 

Dalla Cronaca di Roma – la Repubblica, del 16 Marzo 2022