Una casa per Sahsa...


Si è molto parlato di Sasha e della sua storia (ti invitiamo a leggere questo articolo pubblicato nel nostro sito: Sasha, operata al Bambin Gesù – amici per la pelle ONLUS (aplp.it)).

Ha commosso molti per aver perso un braccio, dopo essere stata ferita nelle vicinanze di Kiev.

Il suo nome completo è Aleksandra Filipchuk, una bellissima bambina di 9 anni.
L’abbiamo portata a Roma, i primi di marzo, per essere curata e accudita al Bambino Gesù (il filmato di questo articolo si riferisce ai momenti di terapia presso la sede di Palidoro).
Tra qualche giorno verrà dimessa, e con lei altri bambini; potremmo definirli “compagni di avventure” se non fosse che quella raccontata non è un’avventura ma un brutto incubo che li ha sicuramente segnati per la vita e che ci piacerebbe far loro dimenticare.
Aleksandra (ormai Sasha nei cuori di tutti) ha perso il patrigno durante l’attacco che l’ha mutilata, ma ha ritrovato il sorriso, grazie all’amore di quanti l’hanno curata e accompagnata.

La sua storia si intreccia con quella di altri bambini, incolonnati in auto nel tentativo di fuggire dai bombardamenti della guerra, in fuga da Hostomel, quartiere a nord ovest di Kiev.
Lei era con la madre, la zia paterna e il patrigno: è bastato un attimo ché tutto il suo mondo si trasformasse, è bastato un razzo per mandare a pezzi parte della sua famiglia, per inondarla del sangue del patrigno, smembrato dalla violenza del colpo.
E’ stata la mamma, Iuliia, a trascinarla fuori dall’auto e a salvarle la vita, trascinandola e nascondendola tra i cespugli.
In un momento di tregua, sono arrivati ad un rifugio.
Sono rimasti due giorni in un sotterraneo nell’impossibilità di raggiungere l’ospedale per colpa dei bombardamenti e quando, finalmente, sono arrivati a Kiev non c’è stato più niente da fare e non restava altro che amputare il suo braccio ormai in cancrena.

Stessa colonna di auto, stessi momenti, Iuliia ed altri sopravvissuti raccontano del commando russo che non smette di sparare sulla colonna di auto.
Tra queste anche l’auto di Sofia, 13 anni, anche lei perde un genitore in un momento, raccapricciante, segnato dal ritrovamento tra le sue braccia della testa della povera madre, staccata di netto dal missile.
Sofia era seduta sul sedile posteriore, il padre è rimasto miracolosamente illeso, ma anche lei aveva, come Sasha, il suo braccio destro che le pendeva e sanguinava.

Sofia è riuscita a fuggire, insieme a Sasha, ma anche a Katia e a Lidiya che  scappavano da Vorzel e Bucha, luoghi tristemente noti per gli avvenimenti ben riportati da tutti i media internazionali.
Katia e Lidiya sono ferite in testa e sono rimaste nascoste nelle loro cantine, per giorni e giorni, nel terrore di venire uccise dai russi che rastrellavano gli inermi cittadini, casa per casa. 

Le quattro bambine insieme per una settimana, si sono poi ritrovate nel sotterraneo dell’ospedale pediatrico di Kiev.
Sotto i bombardamenti fanno amicizia e stringono un legame strettissimo, per poi ripartire, separate, per il lungo viaggio nelle rispettive ambulanze, verso Roma.
Nessuna di loro credeva di arrivare così lontano e, partendo, si sono date la promessa di rimanere unite qualsiasi cosa fosse accaduta nel loro viaggio.

E’ anche grazie anche all’aiuto della nostra Associazione che adesso sono tutte al Bambino Gesù, dove si sono tutte nuovaente ritrovate.

Sofia e Sasha, così vicine nel proprio destino e similmente mutilate o ferite, si sono aiutate tra di loro, diventando “amiche per la pelle”, quasi sorelle, superando forse lo shock più grande della perdita dei propri genitori, laddove gli psicologi del Bambino Gesù dubitavano di riuscire, certi che il danno psicologico era stato, se possibile, ben più grave del danno fisico subito per le mutilazioni.
È un piccolo miracolo che ha permesso di formare una famiglia allargata, formata da una mamma con Sasha, da un papà con Sofia e anche da altre due bambine, Katia e Lidiya.

Adesso è arrivato il momento di trovare una casa per questa famiglia.
Molte altre famiglie sono state ospitate, grazie al Don Orione e alla Caritas, in alloggi temporanei, in attesa di poter tornare in patria al termine della guerra.
Molti hanno perso tutto e non torneranno, tra questi Sasha e Sofia.
Per loro l’Associazione ha in programma di aprire una sottoscrizione, a livello nazionale, per l’istituzione di una Fondazione con l’obbiettivo di acquistare una struttura permanente da trasformare in casa famiglia.

Noi la chiamiamo… UNA CASA PER SASHA